Questi sono alcuni appunti tratti da una mia dispensa per l’Ifed di Padova in 2020.

Il popolo d’Israele

Per cominciare, vediamo cosa insegna il libro di Giosuè sul popolo di Dio, l’altra parte del patto di alleanza. Penso sia importante dire prima qualcosa su Giosuè, il quale è sia capo del popolo che il mediatore fra esso e Dio.

Giosuè

Giosuè è evidentemente il personaggio centrale del libro. Il suo nome da il suo titolo al libro, sia nel canone ebraico che in quello greco. Il nome è identico a quello del Signore Gesù come i lettori della versione greca dell’Antico Testamento potevano vedere immediatamente. Come il Signore Gesù, egli è il leader del Popolo per il quale intercede. Giosuè è anche un personaggio centrale perché costituisce un perno fra il libro stesso e la Torah, soprattutto il libro del Deuteronomio, ovvero fra passato e presente. La prima frase del libro richiama proprio la continuità con il Deuteronomio: “Dopo la morte di Mosè.”

I paralleli fra Giosuè e Mosè sono ovvi e importanti. Ci sono stretti paralleli fra la scelta e la missione di Mosè e quelle di Giosuè, paralleli evidenziati attraverso la terminologia usata per la loro nomina e gli avvenimenti che segnano il loro ministero. In particolare:

• Giosuè è scelto specificatamente da Dio Stesso, come Mosè (cf. Dt 31:7-29 – notare v. 23 “chiama Giosuè e presentatevi nella tenda di convegno perché io gli dia i miei ordini”)

• La nomina di Giosuè evidenzia due compiti specifici: la leadership militare e la supervisione della distribuzione terra. Questi compiti sono evidenziati da alcuni verbi chiave: “venire”, “attraversare” e “fare ereditare”.

• La nomina di Giosuè è molto seria e solenne. Viene annunciata fin dal primo capitolo del libro del Deuteronomio (cf. Dt 1:38). Poi c’ è una cerimonia ufficiale (Dt 31:7), la quale viene confermata da una teofania (v. 23) e confermata di nuovo dopo la morte di Mosè (Gio 1:1) con la formula che ripete il popolo “Come abbiamo ubbidito a Mosè etc…”)

• Ci sono paralleli chiari fra il ministero dei due uomini, in particolare:

• La teofania del rovo ardente e l’angelo del Signore nel cap 5 con lo stesso comando (“Togliti le scarpe perché il suolo è santo”)

• L’attraversamento del Mare Rosso e del Giordano. • Giosuè conduce la Pasqua, come Mosè prima di lui (Gio 5:10-11) © Stéphane Simonnin (2020) IFED A.A 2019/2020 Giosuè Page of 3 12

• Dio indurisce il cuore dei nemici di Giosuè come ha fatto per il faraone (Gio 11:20) • I testi danno una lista di vittorie per entrambi (Gio cap. 12)

• Intercede per il popolo nella faccenda del peccato di Acan, come faceva Mosè (Gio 7:7-9) Quindi Giosuè’ incarna una figura completa di leader e di salvatore, come Mosè prima di lui e, in chiave tipologica, come Cristo dopo di lui.

Due aspetti del ministero di Giosuè sono particolarmente notevoli: Il primo è il modo in cui l’integrità del personaggio viene sottolineato: è notevole il fatto che Giosuè non viene mai criticato in nessuna maniera. Al contrario di Mosè, non c’e una sola parola negativa ne alcun giudizio negativo su di lui in tutto il libro. Giosuè è uno dei pochissimi personaggi dell’Antico Testamento (penso anche a Daniele) del quale non viene mai evidenziato niente di negativo. Non vi è nessuna critica di Giosuè neanche nella faccenda dei Gabaoniti (cap. 9) nella quale egli avrà sicuramente avuto una parte di responsabilità. Questo fatto enfatizza l’importanza della sua leadership e, più generalmente, l’aspetto definitivo del suo ministero: come Cristo, di cui egli è un tipo, Giosuè è un leader “perfetto” che compie un’opera “perfetta” (fare entrare il popolo nel paese).

Questo ci porta a considerare il secondo aspetto interessante, ovvero il fatto che egli non abbia avuto nessun successore. Prima della morte di Mosè, il Signore ha nominato Giosuè come il suo successore ma ciò non accade alla morte di Giosuè. Perché no? La domanda sorge spontanea alla lettura del libro che segue (Giudici) il quale descrive la spirale di apostasia nella quale il popolo di Israele cade progressivamente e ineluttabilmente.

In effetti, la fine del libro di Giosuè e caratterizzata da una certa ambiguità. Da una parte, il libro finisce “bene”: il paese è stato conquistato ed il popolo può pensare “missione compiuta” (notate l’elemento simbolico della trasferta delle ossa di Giuseppe – 24:32). D’altra parte, il libro finisce con dei funerali. Quelli di Giosuè, il quale non ha successore. E quelli di Eleazar il sommo sacerdote (ultimo versetto del libro). Eleazar è un personaggio spesso trascurato ma in realtà gioca un ruolo molto importante nella vita di Israele (viene menzionato più di trenta volte nel libro dei Numeri) ed esercitava una grande autorità (vedere Gio 14:1 e 17:4). Questi due funerali ed il fatto che Giosuè non abbia un successore lascia come un’atmosfera di missione incompiuta.

Uno dei commentatori moderni del libro (James Howard) ritiene che l’assenza di successore sia un segno preoccupante: non c’è nessuno in Israele per assumere la leadership; nessuno con una fede o una pieta sufficiente per quel ruolo e quindi questo fatto allude all’apostasia avvenire malgrado l’impegno espresso dal popolo in Gio 24:21. Può darsi. In ogni caso, questo suggerisce piste di riflessioni e di meditazione sulla dimensione tipologica di Giosuè: come Cristo, Giosuè è sia un salvatore che un esempio di fedeltà e di pieta per il popolo. Infatti, “salva” il popolo – lo introduce nel paese – attraverso la sua fede. Tuttavia, il popolo di Dio avrebbe bisogno di un leader ed un intercessore non soltanto per entrare nel paese ma ha anche per rimanerci in quanto la permanenza nel paese dipende della fedeltà del popolo all’alleanza.

Ora guardiamo più attentamente l’insegnamento del libro sul popolo stesso. Popolo Israele: Dopo avere parlato del leader, guardiamo ciò che il libro insegna sul Popolo Israele nel suo insieme. In termini semplici, il popolo è chiamato ad essere santo e fedele come lo è il Signore.

Due caratteristiche, o requisiti, del popolo di Dio vengono sottolineati con particolare rilievo nel libro: la necessità dell’unità e dell’ubbidienza.

Unità: Elemento critico. L’importanza dell’unità del popolo di Israele viene sottolineato con le espressioni ricorrenti “tutto Israele” (vedere Gio 3:7; 3:17; 4:4; 7:23-24; 18.2; 24:1) e “tutta la communita dei figli d’Israele” (ad esempio 18:1 e 22:12). Si capisce già dal primo capitolo che l’unità del popolo sia una condizione indispensabile di riuscita. Infatti, subito nel primo capitolo Giosuè chiede (ed ottiene) un giuramento di fedeltà da parte delle tribù di Gad e Ruben che hanno deciso di rimanere al di là del giordano (Gio 1:10-18). Già nel libro dei Numeri ogni tribù aveva mandato una spia in Canaan come segno di unità. Nel libro di Giosuè, l’unità viene sempre richiamata ed espressa anche in modo simbolico (si pensa in particolare alle dodici pietre – capitolo 4)

Tuttavia, il lettore avverte subito delle incrinature in questa unità e si accorge che le dinamiche che porteranno all’esilio sono già presenti. Il fatto che Giosuè debba chiedere espressamente un giuramento di fedeltà alle tribù di Ruben e di Gad nel capitolo 1 non è un buon segno. Non lo è neanche il fatto che le stesse tribù erigano un altare al di là del Giordano (capitolo 22). Il motivo invocato da tali tribù è la paura che le prossime generazioni dei loro figli dimentichino il Signore  (vv. 24-28). I capi d’Israele trovano tale motivo soddisfacente (v.30) ed anche il popolo d’Israele (v. 32-33)! E’ interessante notare che Giosuè non viene nominato in questo episodio. Il motivo da loro invocato è probabilmente sincero ma il lettore si chiede comunque se il capi d’Israele abbiano avuto ragione di accettare cosi facilmente la costruzione di un altare al di là del giordano visto che la decisione di Ruben e di Gad di stabilirsi li costituiva in ogni caso una mancanza di fede da parte loro (vedere Nu 32:1)

Tuttavia, l’esempio più evidente dei limiti è dell’unità d’Israele è ovviamente la disubbidienza di Acan nel capitolo 7. L’episodio è significativo in quanto l’azione di Acan viene definita dal Signore stesso come disubbidienza dell’intero popolo: v.11 “I figli d’Israele hanno peccato, essi hanno trasgredito il patto…”. Quindi un episodio che potrebbe sembrare positivo (soltanto Acan ha peccato fra tutti i figli d’Israele!) è in realtà disastroso.

L’applicazione per il popolo di Dio oggi è ovvia: l’unità, e direi anche la “compattezza” del popolo di Dio sono indispensabili alla salute della chiesa. Tale unita è stata comandata da Cristo e, sebbene non vada cercata nel modo sbagliato (ecumenismo) non va trascurata. Infatti, come il castigo che ha colpito Israele attraverso il clan di Acan, il giudizio di Dio comincerà con la casa di Dio (1 P. 4:17). Ubbidienza / lealtà: L’altra caratteristica del popolo di Dio messa in rilievo nel libro di Giosuè ed evidentemente inseparabile dell’unità è l’ubbidienza e la lealtà. La lealtà al Signore è il requisito fondamentale dell’alleanza. Come abbiamo già visto nella prima sessione, la necessita dell’ubbidienza e della lealtà viene sottolineata dal fatto che gli avvenimenti concreti (battaglie, miracoli) non costituiscono mai il focus della narrazione, bensì la necessità di ubbidienza. Lo si vede ad esempio nella narrazione della presa di Gerico nella quale la caduta miracolosa delle mura viene sintetizzata in una sola frase (v.20) mentre il comandamento del Signore all’ubbidienza e alla lealtà vengono più volte ripetute ed occupano lo spazio maggiore nel capitolo.

L’esigenza dell’ubbidienza viene anche dimostrata in modo spettacolare dal comandamento di circoncidere il popolo (cap.5) dopo che esso sia entrato nel paese di Canaan, malgrado il fatto che ciò neutralizzi gli uomini per parecchi giorni. Questa necessità dell’ubbidienza comincia con il leader del popolo, Giosuè (cf 1:17-18, 4:8-10) ed è un’ubbidienza totale che si deve tradurre in azioni ed in sentimenti (cf. 22:27; 23:6,8,11; 24:14)

L’importanza della lealtà e dell’ubbidienza al Signore si vede nel posto centrale che la legge di Mosè occupa nel libro di Giosuè. Il termine “libro della legge” (cf. Dt 31:26) è un termine tecnico per designare la legge nel suo insieme, il quale costituisce il documento /atto costitutivo dell’alleanza. Lo stesso termine e usato nel primo capitolo di Giosuè quando il Signore comanda a Giosuè di meditare sul libro della legge giorno e notte. L’alleanza viene ripetutamente rinnovata ed i termini della legge richiamati all’attenzione del popolo (cf. Gio 8:30-35, capitolo 23).

Il libro sottolinea anche l’adempimento alla legge anche nei particolari (vedere, ad esempio Gio 10:27 e Dt 21:23.) Attraverso tutto il libro, il lettore viene chiaramente messo davanti due modi di vivere ed il loro risultato, quello della fedeltà o quello della disubbidienza. Acan e Caleb rappresentano due paradigmi chiari in questo senso (per Caleb, cf Dt 1:36 e Gio 14:13-14). La gravità della disubbidienza di Acan viene presentata come un simbolo dell’infedeltà del popolo (cf. Gio 22:20) e viene ricordata e sottolineata ancora secoli dopo (Cf. 1 Cronache 2:7) Tuttavia, anche per l’esigenza dell’ubbidienza e della fedeltà, il libro finisce in modo ambiguo. Nel capitolo 23, Giosuè fa il punto della situazione con il popolo radunato e esorta i capi d’Israele alla fedeltà, ricordando loro quello che ormai ovvio a tutti: Dio ha mantenuto le sue promesse e la terra è stata conquistata. Pero nel capitolo 24, Giosuè mette chiaramente in dubbio la volontà e la capacità di Israele di rimanere fedele al Signore. La sua famosa esortazione nei vv. 14-15 “Scegliete chi volete servire, per quanto riguarda me e la mia casa serviremo il Signore” costituisce uno dei versetti più popolari della Bibbia e viene spesso scelto come il motto delle famiglie cristiane. Va detto pero, e ciò spesso non viene notato, che queste parole sono piuttosto sconcertanti nella bocca del leder del popolo e costituisce più un’espressione di scetticismo che di fiducia. Infatti, tutto il discorso di Giosuè nel capitolo 24 è una messa in guardia contro l’apostasia e Giosuè esprime chiaramente i suoi dubbi sulla capacita del popolo a rimanere fedele (v.19). Quando il popolo protesta ed esprime giuramenti di fedeltà eterna al Signore, Giosuè chiede loro di dimostrare tale fedeltà negli atti, togliendo di mezzo gli idoli che sono in quel momento in mezzo a loro (cf. v. 23). L’ironia della situazione è chiara ed è un segno, ancora una volta, dei problemi avvenire.

Il libro di Giosuè costituisce un passo avanti notevole nel piano della redenzione: la prima grande promessa fatta ad Abramo in Genesi 12 è stata adempiuta: il popolo d’Israele è entrato nel paese. La grazia e la fedeltà di Dio sono state messe in evidenza attraverso tutta la storia della conquista in quanto era chiaro a tutti che Israele non era in grado di conquistare il paese da solo (cf. Numeri 13:31), se non fosse per il semplice fatto che non disponevano delle attrezzature necessarie per assediare una città come Gerico.

Tuttavia, il popolo di Dio si trova ad un crocevia come Adamo: sono per cosi dire nel giardino di Dio ma la loro permanenza dipende dalla loro fedeltà all’alleanza, come è stato già detto esplicitamente nei dieci comandamenti (Esodo 20:12). Da li in poi, la storia di Israele sarà una serie di esili e di ritorni ed anche l’ultimo profeta dell’Antico testamento, Malachia, conclude con la stessa minaccia nella sua profezia della venuta di Giovanni Battista: “Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio.”