Questa domanda può sembrare superflua ai cristiani evangelici. In effetti il libro stesso sembra rispondere chiaramente fin dal primo versetto: “Visione che Isaia, figlio di Amots, ebbe riguardo a Giuda e a Gerusalemme ai giorni di Uzzia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda”. Inoltre il nome di Isaia appare 16 volte nel libro.

Anche alla critica universitaria, ai teologi liberali e cattolici, questa domanda sembra superflua ma per il motivo opposto: danno per scontato che Isaia, il profeta del 700 a.C. sia soltanto l’autore di una parte del libro, e forse neanche quello.

Gli studiosi oggi ritengono che il libro sia il frutto di una molteplicità di autori. La teoria prevalente, ma non unanime, è che il libro sia stato redatto da almeno tre autori in tre epoche diverse:

  1. I primi 39 capitoli potrebbero essere stati scritti da Isaia stesso; almeno non abbiamo nessun motivo serio per metterlo in discussione anche se alcuni di questi primi 39 capitoli sono probabilmente stati scritti da un autore diverso.
  2. I capitoli da 40 a 55 sono stati scritti da un secondo autore anonimo (spesso nominato “deutero-Isaia”) durante l’esilio a Babilonia.
  3. I capitoli da 56 a 66 sono stati scritti da un terzo autore anonimo (“trito-Isaia”) dopo l’esilio e dopo la costruzione del tempio a Gerusalemme.

Conviene notare che tali distinzioni sono emerse solo alla fine del Settecento. Fino ad allora era dato per scontato nella chiesa Cristiana e nel mondo Ebraico che il libro di Isaia fosse stato scritto interamente dal profeta che portava questo nome. Gli studiosi che misero in discussione l’opinione tradizionale alla fine del Settecento non sapevano se attribuire i capitoli da 40 a 66 ad uno o più autori.

Fu Genesius, l’autorevole esperto tedesco di Ebraico antico nel primo Ottocento ad affermare che i capitoli 40-66 fossero l’opera di un solo autore anonimo. La sua opinione fu accettata fino al 1892 quando lo studioso tedesco Bernhard Duhm pubblicò un commentario su Isaia nel quale, per la prima volta, sosteneva che i capitoli 56-66 fossero stati scritti da un terzo autore. L’affermazione di Duhm fu accettata dal mondo accademico ed è l’opinione dominante ancora oggi anche se vengono pubblicate periodicamente tesi di dottorato con nuove teorie riguardo vari passi del libro.

Il fatto che la teoria del “triplice autore” sia ormai comunemente accettata, anche dalla chiesa cattolica, si può vedere ad esempio dall’introduzione al libro di Isaia nell’ultima edizione della CEI che comincia così: “Il libro di Isaia contiene le parole di diversi profeti. Solo alcuni brani della prima parte (cc 1-39) possono essere fatti risalire direttamente ad Isaia...”

Quali sono gli argomenti a favore di questa teoria? Sono essenzialmente di tre tipi.

1. Lo stile dei capitoli 40 in poi è così diverso che tali capitoli non possono essere l’opera dell’autore dei primi 39 capitoli. I capitoli 40-66 sono molto più poetici e animati da un forte soffio epico. Contengono anche vocabolario diverso da quello della prima parte ed il nome di Isaia non viene mai menzionato. Tuttavia anche alcuni brani nella prima parte sono di stile simile a quello della seconda parte e per questa ragione anche questi non vengono attribuiti ad Isaia (ad esempio i capitoli 24-27).

2. Gli altri profeti quando fanno predizioni circa il futuro non si rivolgono direttamente ai futuri lettori come si vede nei capitoli 40-66 quindi lo stile di questi capitoli non è consistente con lo stile profetico normale.

3. Il terzo argomento, che non è spesso avanzato esplicitamente ma che sembra quasi sempre sottinteso è dato dal semplice fatto che predire il futuro con precisione è impossibile. Pertanto, quando tali eventi “futuri” accadono, l’unica spiegazione ragionevole è che i brani che ne parlano sono stati scritti durante o dopo gli eventi stessi. Ad esempio, secondo questo argomento non è possibile che Isaia possa nominare il re Ciro che visse duecento anni dopo di lui (45.1).

Nella prossima parte esaminerò la validità di tali argomenti.

 

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