Daniele 9: la profezia delle settanta settimane

Vogliamo soffermarci su questa famosa profezia di Daniele che da sempre ha suscitato perplessità a tutti gli esegeti. Lo scopo di questo studio non è tanto di fornire risposte certe ma di evidenziare i molteplici problemi interpretativi di tale profezia per far capire quanta prudenza e umiltà siano necessarie davanti a testi di questo genere.

Dobbiamo tenere presente che tale profezia (versetti da 20 a 27) è una risposta alla preghiera di Daniele, il quale era angosciato non tanto dal fatto che Israele era in esilio ma dal peccato del popolo. Capiva che la promessa di ritorno da Babilonia era imminente ma capiva anche che era inutile tornare alla terra se il cuore del popolo non era cambiato. Pertanto, la profezia è una promessa di perdono per i peccati e di salvezza definitiva per il popolo.

Il senso generale della profezia è chiaro: dopo un certo periodo di tempo il problema del peccato e della malvagità saranno definitivamente risolti (v.24). Ma i dettagli di come questo avverrà sono tutt’altro che chiari !

Cosa rappresentano le settanta settimane? L’espressione viene generalmente intesa come riferimento a settanta settimane di anni, ovvero 490 anni. Molto inchiostro è stato sprecato in calcoli inutili da commentatori che vedono nelle parole di Gabriele una profezia letterale della data della venuta di Cristo. Ora è vero che Cristo è venuto più o meno 500 anni dopo Daniele. Tuttavia, ogni tentativo di calcolare precisamente la venuta di Cristo applicando la durata di 490 anni “dall’ordine di ricostruire Gerusalemme” (v.25) si è rivelato un fallimento. Tra l’altro, i calendari antichi degli Ebrei e dei Babilonesi erano calendari lunari nei quale l’anno aveva meno di 365 giorni quindi ogni calcolo di questo tipo è condannato a fallire.

Secondo quello che abbiamo già visto nelle sessioni precedenti, è preferibile interpretare le settanta settimane in chiave simbolica come un “super giubileo”, ovvero una durata che simbolizza la liberazione definitiva dal peccato e dalla malvagità. Infatti, abbiamo visto che secondo 2 Ch 36, l’esilio babilonese previsto da Geremia e attuato durante la vita di Daniele costituisce un sabato per la terra d’Israele, secondo le regole dettate in Levitico 25: come i sabati della terra, ogni 7 anni, erano seguiti dopo sette sabati, ovvero 49 anni da un giubileo (Lev 26.8-23), cosi la deportazione di dieci volte sette anni sarà seguita da un “super giubileo” di dieci volte 49 anni.

Alcune domande difficili

Domanda no.1: nel v.26 cosa significa ”ungere il luogo santissimo”?

Letteralmente il testo dice “ungere un santissimo” quindi si potrebbe trattare sia di una persona (Cristo) che di un luogo (il santuario a Gerusalemme). L’unzione di Cristo avrebbe sicuramente più senso nel contesto ma ogni altro riferimento a “l’unzione di un santissimo” nell’Antico Testamento si riferisce al tempio quindi un riferimento al tempio sembra più probabile. D’altronde la profezia dice che il santuario verrà distrutto (v.26) quindi non si capisce in che senso sarà unto ! Questo è un primo esempio delle difficoltà che se incontrano nell’interpretazione di questa profezia.

Domanda no.2: come capire le “sette settimane e sessantadue settimane”?

Nel v.25, fra l’ordine di ricostruire e la venuta di un unto ci saranno sette settimane o sessantadue settimane? Si tratta di una questione molto complessa. I masoreti hanno messo sotto il primo “settimane” un segno di punteggiatura (chiamato “atnach” in ebraico) che indica una pausa alla fine della prima parte del versetto. Ciò indica che hanno capito il versetto come segue:

dall’ordine fino all’apparire di un unto ci saranno 7 settimane. Poi, in 62 settimane Gerusalemme sarà restaurata...”

Molti commentatori moderni si chiedono se tale suddivisione del versetto non sia sbagliata oppure un tentativo dei masoreti di cancellare una profezia cristologica e capiscono il versetto come segue:

dall’ordine fino all’apparire di un unto ci saranno 7 settimane più 62 settimane (quindi 69 settimane). Poi, Gerusalemme sarà restaurata….”

La Nuova Riveduta nell’edizione più recente (del 2006) adotta tale approcio e traduce di conseguenza.

Tuttavia, l’argomento contro i masoreti mi sembra difficilmente sostenibile. Sembra proprio che ci sia una distinzione fra due periodi, uno di 7 anni e uno di 62. D’altronde, “7 anni + 62 anni” sarebbe un modo piuttosto strano di dire “69 anni”. Sembra preferibile ipotizzare un primo periodo simbolico di 7 anni nel quale un unto appare poi un’altro periodo di 62 anni nel quale Gerusalemme viene ricostruita in tempi difficili. Però in tale caso, chi è l’unto? Probabilmente Ciro, il quale ha permesso agli Ebrei di tornare e viene specificatamente disegnato come tale (Isa 45.1). Ciò vorebbe dire che la profezia parla di due unti. Ancora una volta questo illustra la complessità del passo.

Domanda no.3: cosa succede nei v.26-27:? Di chi si tratta ? Chi stabilisce un patto in v.27 ? Il testo ebraico dice soltanto “egli” ma alcuni traduzioni come la Nuova Riveduta 1994 partono dal presupposto che si tratti dell’invasore e traducono come tale. Questa traduzione (“l’invasore”) è discutibile in quanto costituisce un’interpretazione teologica da parte del traduttore che non viene segnalata al lettore. Il patto può essere stabilito dall’invasore (ma in tal caso cosa significa?) oppure da Cristo (“stabilire” potrebbe anche significare “confermare”). D’altronde la parola tradotta “stabilire” è inusuale e sembra includere un’idea di forza che calzerebbe meglio con l’invasore.

Chi mette fine ai sacrifici? Potrebbe essere Cristo e questo calzerebbe ovviamente benissimo con quello che insegna la lettera agli Ebrei ed è cosi che molti interpretatori riformati (incluso Young) capiscono la frase. Tuttavia, ogni altro riferimento nel libro di Daniele a qualcuno che pone fine ai sacrifici si applica chiaramente ad una figura di tipo “anticristo” ed è difficile pensare che sia diverso qui.

Come ho già accennato prima, queste domande ci danno un’idea delle difficoltà che si incontrano nell’interpretare questa profezia. Personalmente ritengo che queste difficoltà siano insormontabili e che non sia possibile arrivare ad un’interpretazione sicura di ogni dettaglio della profezia. Una cosa però è certa: l’interpretazione “dispensazionalista”, che vede la settanta settimana come un’ipotetico periodo di futura persecuzione alla fine dei tempi sembra, del tutto infondata. A parte il fatto che introdurre qualche migliaio di anni fra la sessantanovesima settimana e la settantesima richiede molta immaginazione, la profezia dice chiaramente che l’unto sarà soppresso dopo le sessantanove settimane. In questo caso sembra almeno chiaro che questo si riferisce a Cristo e la settantesima settimana è quella della sua morte e risurezione e della distruzione di Gerusalemme qualche anno dopo.

In conclusione, possiamo dire che ritroviamo in questa profezia le caratteristiche tipiche dello stile “apocalittico” di Daniele: la promessa generale è chiara e costituisce un immenso incoraggiamento per il popolo di Dio. Ma tale promessa di liberazione e di venuta del Messia è indissolubilmente legata alla guerra spirituale che continuerà fino alla fine ed i dettagli rimangono oscuri. Pertanto il popolo di Dio deve affidarsi a Lui ed accettare umilmente la Sua sovranità sulla storia.

 

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