Vivere a Babilonia

Il libro di Daniele contiene molti insegnamenti per la chiesa di oggi. In particolare fa riflettere su cosa rappresenti Babilonia per noi e qual’è la relazione fra essa ed il popolo di Dio.

Anche se vivere a Bibilonia aveva un significato diverso per il popolo d’Israele la dimensione spirituale di tale tema è comuque pertinente alla nostra situazione oggi.

C’è un grande paradosso nel destino di Daniele: Babilonia rappresenta tutto ciò che è ostile a Dio in questo mondo e Daniele rappresenta l’uomo di Dio per eccellenza: fedee, pio e senza compromessi. Eppure Daniele non solo ha vissuto a Babilonia ma vi ha anche prosperato.

Cosa rappresenta Babilonia ?

Capitolo 1: tutto comincia a Babilonia. Babilonia è “Bavel” in ebraico, cioè lo stesso nome della torre in Genesi 11 che rappresenta l’orgoglio dell’uomo innalzatosi contro Dio. L’identificazione con la Babilonia di Genesi 11 è confermato dal riferimento a “Scinear” in Dn 1.2.

L’orgoglio umano simbolizzato da “Bavel / Babilonia” viene personificato nei re che Daniele deve servire: Nabucodonosor, Baldassar, Dario, etc. Infatti questi re perseguitano Daniele ed il popolo di Dio più per orgoglio che per fanatismo religioso. Anche se la loro arroganza assume una forma idolatrica (venerare una statua, etc) rimane comunque il sintomo di un male più profondo: la ribellione dell’uomo contro Dio.

Questi re hanno anche una dimensione tipologica. Il loro impero viene raffigurato a livello simbolico nella seconda parte del libro con l’immagine di bestie o animali (montone). Lo stile apocalittico serve proprio a questo: riprendere fatti della storia in chiave simbolica per trasformarli in paradigma. Infatti, Babilonia trova la sua rappresentazione per ecellenza nel libro dell’apocalisse in cui viene nominata esplicitamente (Ap 17.5)

Il conflitto spirituale

Tutto ciò spiega perché il mondo è un campo di battaglia spirituale (e materiale !) nel quale i Cristiani sono coinvolti. Il conflitto spirituale è inevitabile. Babilonia perseguita il popolo di Dio (Dn 1 & 3 & 6 ; 7.21, 7.25) perché richiede la sua sottomissione ma il popolo di Dio può soltanto sottomettersi a Dio. Al di là dell’aspetto religioso (idolatria), la questione di fondo è il potere: chi regna su questo mondo ? Dio o l’uomo malvagio ?

Al riguardo, il libro di Daniele fornisce certe promesse e certezze:

Dio è sovrano sulla storia e sul mondo

In particolare due aspetti sono messi in luce: la conoscenza del futuro (Dn 2.29) ed il fatto che Dio è colui che concede il potere ai re umani e li umilia: (Dn 2.38-39 “dopo di te”; 3.5; e soprattutto il capitolo 4 – 4.17, 25, 32, 35, 37). Anche gli stessi re sono costretti a confessarlo: 2.47, 3.29, 4.34-37, 6.26-27.

Esito del conflitto

L’esito del conflitto non è in dubbio: sarà il trionfo di Dio ma non solo. Il regno di Dio sulla terra sarà tramite un uomo. In questo senso il capitolo 7 è fondamentale (Dn 7.9-14): annucia il regno “dell’uomo-Dio”. È l’unico passo nell’Antico Testamento, unitamente al Salmo 110.1 in cui viene concessa ad un uomo la stessa gloria ed autorità che spettano a Dio. Giovanni svilupperà la stessa immagine nei capitoli 4 e 5 dell’Apocalisse.

Qui c’è un paradosso: i regni umani sono simbolizzati da bestie spaventose (Daniele ha paura! 7.15, 8.17, 10.16-17). Ciò esprime il carattere malvagio, violento e disumano di tale regno. Tale bestialita contrasta fortemente con il carattere umano del Messia: il Regno di Dio è umano mentre il regno umano è “bestiale”.

La bellezza del piano redentivo di Dio e che le potenze spirituali malvagie sono sconfitte da un uomo !

Daniele: uomo di Dio a Babilonia

Dobbiamo riflettere sulla persona di Daniele; lLa sua fede ed il suo ruolo. Pensiamo al paradosso menzionato prima. Babilonia è ostile a Dio quindi il rischio per il popolo di Dio non è soltanto la persecuzione ma i compromessi (con la cultura, il modo di pensare etc.)

Un altro aspetto interessante della Babilonia in cui viveva Daniele è la sofisticazione multiculturale e multi religiosa e l’apparente tolleranza. In questo Babilonia offre un’immagine del mondo moderno: un mondo multiculturale nel quale tanti modi diversi di vivere e di pensare sono ammessi. L’unica cosa non ammessa è l’idea che ci sia una verità assoluta. Oggi nel nostro mondo occidentale, diciamo di avere la libertà di coscienza o libertà religiosa ma tale libertà è concessa a condizione che i presupposti atei della società non siano messi in discussione e che Dio sia relegato nell’ambito della fede personale, senza interferire con i dogmi scientifici ed atei della società.

In tale società, Daniele è rimasto fedele a Dio. Tale fedeltà era il frutto di un cammino costante con Dio (1.8; 6.11). In Dn 6.11, il coraggio di Daniele consiste nel non cambiare nulla rispetto alla sua consueta preghiera e meditazione quotidiana malgrado l’ordine del re. Questo ci ricorda che il carattere e la maturità spirituale che servono davanti alle tentazioni di compromessi o le persecuzioni proviene da un cammino costante e regolare con Dio.

D’altra parte Daniele lavorava per la pubblica amministrazione della potenza che aveva apparentemente distrutto Israele e questo è un paradosso sorprendente. Daniele non si è chiamato fuori dalla società. Anzi, è anche stato promosso (Dn 2.48, 5.17, 6.28) in gran parte grazie alla sua onestà e diligenza.

Questa è anche una lezione profonda per i cristiani di oggi: troppo spesso nel mondo evangelico, la tentazione è stata quella di ritirarsi dal mondo per fuggire dal peccato e dai compromessi. L’ideale evangelico sarebbe un Elia o Giovanni Battista che denuncia la società ma vive (apparentemente) fuori da essa. Invece Daniele è stato coinvolto nella società pagana. È perfino riuscito a stabilire un’amicizia con Nabuco ! (Dn 4.19). In realtà, Daniele ha messo in pratica l’esortazione di Dio in Geremia 29.7:

“Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene.”

La chiesa è chiamata ad imitare Daniele. Il cristiano nella società occupa una posizione complessa e la fedeltà a Dio è solo un lato della medaglia. L’altro lato è il dovere di essere pienamente coinvolto nella società, ove possibile. Il monasticismo è un concetto fondamentalmente non biblico.

Daniele ci insegna che tutto ciò è possibile e positivo. Certo, in un mondo malvagio ed ostile a Dio, il cristiano può avere l’impressione di essere un funambolo che cammina su una fune sottile, cercando di non cadere nè da un lato nè dall’altro. Tuttavia, siamo chiamati a cercare il bene della società in cui viviamo nella misura del possibile, pur sapendo che questo mondo nella sua forma attuale è condannato da Dio. I cristiani evangelici settari, eccessivamente preoccupati della loro purezza e del loro preservarsi dal peccato non hanno più l’effetto di “sale” e “luce” che il Signore richiede.

“Cercare il bene della società” non è lo scopo del Vangelo ma ne è sicuramente uno dei frutti.

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