Recentemente ho sentito qualcuno affermare che la chiamata di Abramo da parte di Dio era una chiamata non tanto a venire a Dio o a cambiare religione quanto piuttosto una chiamata ad intraprendere un cammino interiore, ovvero scoprire, o diventare, se stesso. Tale affermazione era giustificata dal fatto che in Genesi 12.1 il testo ebraico dice letteralmente “vai verso di te”. Tale affermazione azzardata è interessante in quanto costituisce un esempio dell’uso incorretto delle lingue bibliche.

È vero che nel testo originale, Dio non dice semplicemente ad Abramo “vai”. Piuttosto, usa un’espressione composta da due parole: “lekh lekha”. La parola “lekh” significa “vai”. La parola “lekha” è composta della proposizione “Lè” e del suffisso “kha”. La preposizione “Lè” significa principalmente “per” o “verso”. Il suffisso “Kha” indica la seconda persona maschile singolare. Quindi “lekha” si potrebbe letteralmente tradurre “per te” o “verso di te”.

Tuttavia è evidente che non tutto quello che diciamo nelle lingue umane va interpretato letteralmente. Questo è un fatto che diamo per scontato nella nostra madre lingua ma che spesso dimentichiamo quando studiamo le lingue straniere. Ad esempio, nella frase colloquiale italiana “non ce l’ho”, cosa significa il “ce” ? Niente. La frase “non l’ho” avrebbe lo stesso significato eccetto che non si usa.

Pertanto, prima di costruire un ragionamento teologico su un’espressione ebraica bisogna essere sicuri di quello che si afferma. Quando si tratta di una lingua antica non più parlata, è consigliabile cercare di capire in primo luogo se una simile espressione occorra in un altro contesto. L’espressione si ripresenta infatti in altri contesti dove è evidente che non ha nessun significato particolare.

Ad esempio, alla fine di Esodo 18 (v.27) ci viene detto che Ietro, suocero di Mosè, tornò a casa sua dopo avere visitato Mosè. La stessa espressione è usata ed è evidente che Ietro non è andato “per” o “verso sé stesso”. È semplicemente tornato a casa. Si può anche citare Giosuè 22.4 dove Giosuè dice alle tribù di Ruben, Gad e Manasse di tornare a casa. Di nuovo, la stessa espressione viene usata e non c’è nessun idea di andare “per” o “verso se stesso”.

Pertanto, quando Dio dice ad Abramo “lekh lekha” in Genesi 12.1, chiede semplicemente ad Abramo di andare. Cosi ritengono i tanti esperti che hanno tradotto le versioni della bibbia nelle nostre lingue moderne.

Certamente è possibile che l’espressione abbia una sfumatura in più che ci sfugge. Alcuni esegeti ebraici hanno ipotizzato che ci sia l’idea di andare “da solo”, non letteralmente perché Abramo è andato con la sua famiglia, ma simbolicamente nel senso che la chiamata era specificatamente per lui. La stessa espressione viene usata di nuovo nella chiamata di Gn 22.2 dove tale sfumatura avrebbe senso. Può darsi. Ma, in ogni caso, un’affermazione “teologico-psicologica” basata sull’interpretazione di un espressione nel originale ebraico non è accettabile, soprattutto quando la Bibbia afferma chiaramente il contrario.

Il testo della Genesi è chiaro su quello che Dio si aspettava di Abraamo:

“Abramo credette al Signore che gli contò questo come giustizia” (Gn 15.6)

“Il Signore gli apparve e gli disse: ‘Cammina alla mia presenza e sii integro.’” (Gn 17.1)

Evidentemente qui non siamo nella sfera del benessere psicologico ma in quella della fedeltà a Dio e dell’ubbidienza.

Nel suo famoso discorso d’addio, Giosuè ricorda al popolo d’Israele che Terah, padre di Abramo, ed Abramo stesso, vivevano oltre il fiume dove servivano altri dei quando Dio li chiamò. Su questo fatto, Giosuè basa la sua esortazione al popolo a non abbandonare Dio per servire altri dei (Gs 24.2, 14). Dunque la chiamata di Abramo da parte di Dio non ha nulla a che vedere con la scoperta di se stesso e tutto a che vedere con il fatto di servire l’unico vero Dio e non gli idoli.

Infine è bene ricordare un principio fondamentale riguardo alle lingue bibliche:

Lo studio delle lingue bibliche è evidentemente una cosa positiva che può arricchire la nostra comprensione del testo. Tuttavia, Dio ha voluto che la sua parola fosse letta principalmente attraverso traduzioni e questo fin dall’inizio: basta ricordarsi che molti Ebrei nell’Antichità leggevano l’Antico Testamento nella traduzione greca. Anche gli apostoli solitamente citano la versione greca dell’Antico Testamento nei loro scritti. La traduzione latina di San Girolamo è stata la Bibbia di tutta la cristianità per oltre mille anni. Tutti i credenti del mondo che leggono la Bibbia oggi la leggono nella loro madre lingua, non nell’originale.

Ciò significa che non c’è nessun posto per il fondamentalismo linguistico nel cristianesimo. Contrariamente a quello che succede nell’Islam, i fedeli non hanno bisogno di imparare lingue antiche per seguire Cristo e capire la sua parola. La possono capire attraverso traduzioni seppur imperfette.

Ciò significa a sua volta che qualsiasi affermazione di ordine teologico che si basa su considerazioni linguistiche del testo originale non è valida. Fortunatamente, il Signore non ha abbandonato il suo popolo nelle mani di esperti di greco e di ebraico, veri o auto-proclamati che siano.

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