La parola greca “apostolo” significa “inviato” o “messaggero”. Nel Nuovo Testamento viene usata poche volte nel senso generico ma solitamente è usata nel senso specifico di persone precise scelte direttamente da Cristo. È importante non confondere i due significati.

Quando si parla di “apostolo” nel senso biblico, si fa riferimento al ministero unico dei dodici apostoli e di Paolo. Consideriamo i seguenti fatti:

  1. Non solo Cristo ha scelto i dodici apostoli ma ha anche scelto il termine.

Lu 6.13: “… chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.”

  1. La missione dell’apostolo era di essere un testimone oculare di Cristo. Pertanto, il criterio per essere apostolo era di essere stato testimone dell’intero ministero di Cristo, come dice chiaramente Pietro quando gli undici devono scegliere un sostituto a Giuda:

At 1.21-22: “Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia tutto il tempo che il Signore Gesù visse con noi, a cominciare dal battesimo di Giovanni fino al giorno che egli, tolto da noi, è stato elevato in cielo, uno diventi testimone con noi della sua risurrezione.”

L’apostolo Paolo sembra un eccezione ma non lo è affatto perché anche lui è stato scelto direttamente da Cristo, che Paolo ha visto. Pensiamo a quello che gli dice Ananias:

At 22.14-15: “Il Dio dei nostri padri ti ha destinato a conoscere la sua volontà, e a vedere il Giusto, e a udire una voce dalla sua bocca. Poiché tu gli sarai presso tutti gli uomini un testimone delle cose che hai vedute e udite.”

Questo implica chiaramente che Cristo è intervenuto in modo eccezionale, facendosi vedere e udire da Paolo per far si’ che Paolo potesse soddisfare il criterio essenziale per il ministero apostolico. Paolo stesso ne e’ cosciente quando dice “…e, ultimo di tutti, [Cristo] apparve anche a me, come all’aborto.” (1 Co 15.8). In altre parole, Paolo era già “in ritardo” per potere essere un apostolo vero e proprio.

  1. Gli apostoli avevano un potere unico ed hanno compiuto miracoli unici. Questo era un segno del loro apostolato. Ciò spiega perché falsi insegnanti che cercavano di imitarli erano chiamati “falsi apostoli”.

2 Co 12.12: “Certo, i segni dell’apostolo sono stati compiuti tra di voi, in una pazienza a tutta prova, nei miracoli, nei prodigi e nelle opere potenti.”

Notiamo anche che non è mai detto nella Scrittura che la chiamata degli apostoli era circoscritta ad una certa area geografica o ad un gruppo di chiese. La loro chiamata era di essere testimoni di Cristo “fino all’estremità della terra.”(At 1.9)

  1. La menzione di “altri apostoli” nel Nuovo Testamento è molto limitata. Ci sono solo tre passi nei quali una persona diversa da Paolo e dai dodici è chiamata “apostolo” senza ambiguità nel testo greco:
  1. Barnaba: At 14.14
  2. “certi fratelli” mandati a Corinto con Tito: 2 Co 8.23
  3. Epafrodito: Fi 2.25

La parola viene anche usata in modo generico una volta in Gv 13.16 (“…ne il messaggero è maggiore di colui che lo ha mandato.”)

Ciò si spiega in modo molto semplice: in questi casi limitati, il termine apostolo è semplicemente usato nel senso generico di “messaggero” (infatti, le nostre traduzioni riflettono questo significato). Lo stesso uso si ritrova talvolta negli scritti del periodo post-apostolico.

Tra l’altro, nel caso di Barnaba, c’è una scelta diretta dello Spirito Santo ed il suo “apostolato” era strettamente legato a quello di Paolo.

At 13.2: “Mentre celebravano il culto del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: “Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati.”

Il fatto che la sua scelta da parte dello Spirito Santo sia genuina è confermata non da una convinzione interiore da parte sua o di qualcun’altro ma dal fatto che viene narrata nel libro degli Atti, il quale è stato riconosciuto ispirato dalla chiesa intera !

Ma cosa facciamo con Efesini 4.11 ?

Quando Paolo dice che Cristo “ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori” è evidente che non mette gli apostoli e i profeti sullo stesso piano degli altri e non intende dire che il loro ministero continua. Cio è chiaro da quello che dice prima:

La chiesa è stata “edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare” (Ef 2.20). Inoltre, Paolo afferma che “il mistero di Cristo” non è stato rivelato nel periodo dell’Antico Testamento “così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui.” (3.5).

È chiaro che Paolo fa un discorso di tipo storico: l’inizio della nuova alleanza è segnata da una rivelazione più profonda del mistero di Cristo tramite gli apostoli ed alcune persone con dono profetico ed è su queste persone e la loro testimonianza che la chiesa è fondata storicamente. Laddove la chiesa è stata fondata, non occorrono più apostoli. Servono soltanto persone che custodiscano e proclamino l’insegnamento tramandato da tali apostoli (anziani, diaconi ed evangelisti).

Anche in 1 Co 12.28 dove parla dei doni dell’apostolo per la chiesa, Paolo non intende dire che gli apostoli sono una figura permanente. Non rimette in discussione i criteri elencati qui sopra. Infatti, tre capitoli prima ha detto:

1 Co 9.1: “…Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro Signore?

In effetti, è significativo che nelle ultime lettere di Paolo (a Tito ed a Timoteo) nelle quale da’ istruzioni precise per l’organizzazione della chiesa (e non fa più soltanto un discorso storico), gli apostoli e profeti non sono più menzionati, ma soltanto gli anziani, i diaconi e gli evangelisti.

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