Elenco qui sotto alcune riflessioni sulla questione controversa del dono di parlare altre lingue. Tali osservazioni non costituiscono uno studio dogmatico e definitivo sulla questione ma un invito alla riflessione.

1. Il dono di parlare altre lingue occupa un posto estremamente limitato nel Nuovo Testamento.

È menzionato in alcuni capitoli del libro degli Atti (2, 8, 10, 19) dove si manifesta per uno scopo ben preciso (vedere sessione sul battesimo dello Spirito Santo).

A parte il libro degli Atti, è solo menzionato in un unico altro capitolo del Nuovo Testamento (1 Co 14). Questo capitolo si trova nella lettera inviata alla chiesa più problematica di tutte quelle menzionate nel Nuovo Testamento il cui problema fondamentale era l’orgoglio spirituale e la concezione egocentrica della chiesa e dei propri doni.

Pertanto, l’importanza attribuita al dono delle lingue in certi ambienti evangelici non sembra riflettere il posto assegnato a questo argomento nel Nuovo Testamento.

2. In 1 Co 14, il dono delle lingue è presentato quasi esclusivamente in luce negativa: lo scopo fondamentale di Paolo in 1 Co 14 è di affermare la superiorità del dono di profezie sul dono delle lingue e di dissuadere i credenti di Corinto dal parlare in lingue, o perlomeno di ridimensionare significativamente l’uso che ne facevano.

Paolo critica i Corinzi con prudenza e discernimento pastorale ma l’aspetto negativo è chiaro. Alcuni trovano positivo il fatto che Paolo dica “ringrazio Dio che parlo in lingua più di tutti voi”. Però aggiunge subito “ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili che cinquemila in lingua”. Se Paolo dice che cinque parole intelligibili sono meglio di cinquemila in lingue” (1 Co 14.18,19) che cosa pensa realmente del dono delle lingue ? Nello stesso modo, possiamo chiederci se il fatto che dica “vorrei che tutti parlaste in lingue” debba essere interpretato letteralmente, alla luce dell’insegnamento complessivo del capitolo.

3. Nel libro degli Atti, le lingue sono sempre un’esperienza comune, mai individuale.

4. Tutti i doni dello Spirito Santo sono dati per l’edificazione comune della chiesa (1 Co 12). Nessun dono è dato per un’edificazione personale. Perciò, non c’è niente né nel libro degli Atti né nell’insegnamento del Nuovo Testamento che giustifichi l’idea di un uso privato delle lingue. 1 Co 14.18 non significa che Paolo abbia parlato in lingue in privato. Poteva benissimo essere in pubblico, come nel libro degli Atti.

Il commento di Paolo che colui che parla in lingue edifica se stesso non può che essere un commento ironico visto che tutta la lettera, ed in particolare i capitoli 12 e 13 affermano con forza che i veri doni sono per l’edificazione comune. D’altronde, Paolo dice che quando uno parla in lingue la sua intelligenza rimane infruttuosa quindi dobbiamo chiederci in quale modo la persona può essere edificata ?

5. La natura delle lingue in 1 Co 14 è una questione complessa e si dà troppo per scontato che siano lingue “estatiche”. In Atti 2, si tratta chiaramente di lingue umane straniere parlate miracolosamente senza essere state imparate e non c’e’ nessun motivo di pensare che le lingue di Atti 8, 10 e 19 siano diverse. Anzi, le manifestazioni dello Spirito Santo in questi capitoli sono uguali a quella della Pentecoste (vedere sessione sul battesimo dello Spirito Santo). Pertanto, non c’è nessun motivo per pensare a priori che le lingue di 1 Co 14 siano lingue “estatiche”. Possono essere benissimo lingue umane straniere come in Atti 2. Tenderei a pensare che sia così.

6. Non è scontato che il dono delle lingue continui oggi. Alcuni elementi potrebbero far pensare che questo dono sia cessato, anche se dobbiamo essere prudenti:

  • Secondo 1 Co 14.20-25, le lingue sono un segno di giudizio contro non-credenti, specialmente per Israele. Il modo in cui Paolo cita Isaia al riguardo è molto significativo e forse troppo trascurato. In tal senso, sono il segno iniziale della nuova era della redenzione.
  • I doni carismatici sono strettamente legati agli apostoli al punto di essere chiamati “segni dell’apostolo” (2 Co 12.12). Ora è chiaro che il ministero apostolico è cessato con gli apostoli perché il criterio fondamentale per esercitare tale ministerio era di essere stato testimone oculare dell’intero ministero terrestro di Cristo (Atti 1.21-22). È significativo il fatto che Timoteo, il “successore” di Paolo, non sia mai chiamato “apostolo” e che il dono delle lingue non sia mai menzionato nelle lettere cosi dette “pastorali” (Timoteo e Tito), ovvero le ultime lettere di Paolo destinate a definire le regole di gestione della chiesa nell’epoca post-apostolica. Nello stesso modo, si nota una sostanziale attenuazione del dono di guarigione di Paolo fra il periodo degli Atti e quello della fine dell’epoca apostolica: confrontare Atti 19.11-12 e 2 Ti 4.20.
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