La lettera agli Ebrei è rivolta a dei credenti, probabilmente di origine ebraica, che sono tentati di tornare ai riti e alle cerimonie dell’Antico Testamento, in particolare ai sacrifici prescritti nel libro del Levitico. L’autore scrive per esortarli a perseverare in Cristo, dimostrando che l’opera di Cristo rende tali sacrifici e tale cerimonie obsolete.

In questo brano specifico l’autore afferma che c’è una cosa che i cristiani hanno ed un’altra che non hanno. Abbiamo un altare e non abbiamo una città quaggiù. Questo esprime due idee molto profonde ed utile anche per noi.

1. Abbiamo un altare.

Un altare è un posto sul quale un sacrificio viene compiuto e offerto a Dio. I cristiani hanno un altare permanente e celeste: Cristo, specialmente nella sua morte.

Cristo è sommo sacerdote ma anche il sacrificio (Egli ha offerto sè stesso) ed il tabernacolo. Quindi tutte le leggi e le pratiche dell’Antico Testamento hanno il loro pieno significato in Lui.

v.10: A quest’altare “non hanno il diritto di mangiare” i preti dell’Antico Testamento. Ciò è un allusione al loro diritto di mangiare parte degli animali sacrificati (Lev 7.5-6). È un immagine per esprimere il fatto che questi sacerdoti non hanno niente a che fare con Cristo. Sono esclusi dalla salvezza. Coloro che vogliono rimanere nelle pratiche dell’Antico Testamento, senza capire che Cristo ha portato tale pratiche a compimento, sono fuori della salvezza.

Solo Cristo toglie il peccato i sacrifici non erano altro che un’ammissione di colpevolezza. Il significato profondo del sacrificio è che l’animale era solo un sostituto. Era colui che offriva il sacrifico che avrebbe dovuto morire, non l’animlae che veniva offerto !

Il fatto che Cristo abbia tolto il nostro peccato è espresso con un’altra immagine molto forte: v.12: Cristo “ha sofferto fuori dalla porta della città” come gli animali nell’antica alleanza erano sacrificati “fuori dall’accampamento”. Che cosa significa ? Questo passo fa riferimento all’espiazione dei peccati nell’antica alleanza. (vedere Lv 4.12,21; Lv 16.27). Gli animali per i sacrifici erano o cacciati fuori dall’accampamento o bruciati fuori dall’accampamento dopo essere stati sacrificati. Ciò esprimeva in modo vivo e concreto che il peccato era stato eliminato e che il popolo era puro.

È quello che Cristo ha compiuto: è stato “sacrificato” fuori dalla città di Gerusalemme e ha “santificato il popolo con il proprio sangue”.

Insegnamento

Questo brano, come tutta la lettera, è una denuncia radicale dell’illusione del ritualismo, cioè dell’idea che i riti religiosi possono avvicinarci a Dio. Una religione esterna, rituale, sacramentale non ci aiuta. Non toglie peccato e non ci avvicina a Dio.

La vera fede è interiore ed è basata sul sacrifico di Cristo che ha aperto per noi una strada diretta a Dio (Eb. 4.14-16; 9.12; 10.19.)

Questo significa anche non servono mediazione e sacrifici. La grazia di Dio non è mediata attraverso un sistema ecclesiale e di persone con una funzione particolare. Noi cristiani non abbiamo bisogno di nessun sacerdote ne di nessun altare nelle nostre chiese perché sono entrambi cose superati. Abbiamo Cristo, un sacerdote eterno che intercede per noi il Dio Padre ed ha compiuto un sacrificio con un valore eterno. Attraverso Cristo, abbiamo una relazione diretta con il padre, basata sulle promesse della sua Parola.

Gli unici sacrifici rimasti da compiere sono sacrifici di “lode” (v.15)

Quindi, “accostiamoci al trono della grazia” (4.16) e non ad un altare terreno.

2. Non abbiamo una città quaggiù.

L’immagine di Cristo sacrificato “fuori della città” ha un doppio significato: simbolizza non solo l’eliminazione del peccato del popolo ma anche il rigetto di Cristo da parte del popolo. Cristo è stato rigettato come se fosse un corpo estraneo.

Fu crocifisso fuori da Gerusalemme perché considerato un bestemmiatore (vedere Nu 15.35 e Mc 14.63-64). Questo rigetto simbolizza il rigetto di Cristo da parte di questo mondo malvagio. L’apostolo Giovani ne parla in modo molto concreto (vedere Gv 1.11; 3.19; 1 Gv 2.15).

Insegnamento

L’insegnamento per i destinatari della lettera era che occorreva uscire dal giudaismo. Cristo è stato rigettato dal suo popolo perché il popolo non avava capito chi fosse e cosa aveva compiuto.

Per noi più generalemente, l’insegnamento è che siamo “fuori” dal mondo, non nel senso che non dobbiamo avere niente a che fare con il mondo in cui viviamo ma nel senso che dobbiamo condividere la vergogna, e l’umiliazione di Cristo (V.13.)

Se il mondo ha rigettato Cristo, rigetta o rigetterà anche noi. Questo è il grande paradosso: laddove i peccati sono stati perdonati il mondo non vuole andare.

V.14 spiega e rinforza l’idea: questo mondo non è per noi. Siamo ambasciatori di un altro regno ed il nostro compito è di “confessare il nome” (v.15).

Questo significa che i veri cristiani non saranno mai “rispettabili” agli occhi del mondo. Non dobbiamo essere sorpresi se il mondo ci disprezza. Questo significa anche che l’ecumenismo e la riconciliazione delle diverse religioni sono un’illusione. La croce di Cristo rimarrà sempre la pietra d’inciampo per questo mondo, una cosa vergognosa ed inaccettabile.

Non per niente l’apostolo Giovanni dice che l’amicizia con il mondo è inimicizia con Dio.

E tu, aspetti, desideri la città celeste che verrà ? Oppure sei troppo al tuo agio in questo mondo ?

Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celesteNella città celeste …ci si aspetta come ricompensa nella società dei santi, uomini ed angeli, che Dio sia tutto in tutti.”  –  Agostino, La Città di Dio.

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