La dimensione escatologica del Deuteronomio: Capitoli 29-34.

Qual è, in definitivo la visione escatologica di tutto il libro ? Il libro contiene una forte dimensione escatologica proprio per il posto che occupa nella storia del popolo di Dio: un momento decisivo, tra origine e destinazione, nel quale il popolo è ancora fuori dal paese con la promessa di entrare se è ubbidiente. Il messaggio sembra quindi semplice: ci sono “due vie”, una via di ubbidienza e di vita ed un altra di disubbidienza e di morte. Sembra che l’elemento centrale di questa visione sia il paese promesso. In effetti, la parola “paese” è menzionata più di 150 volte. Il paese è parte dell’alleanza: essa sarà rinnovata a Shechem (Gio 8). Il paese rappresenta la vita e la morte, sia letteralmente che simbolicamente. Ciò appare chiaramente quando si confrontano i versetti 1.8 e 30.15.

Se ci fermiamo qui, la prospettiva escatologica del Deuteronomio sembra poco incoraggiante. Dopo avere riscattato il popolo dall’Egitto, Dio lo mette davanti ad una scelta radicale: ubbidienza o la morte. Immaginiamo per un momento che il libro finisse con il capitolo 28. Si potrebbe parlare di salvezza tramite le opere ma, fortunatamente, non è cosi.

Innanzitutto, il paese non è la promessa essenziale. Dietro c’è un’altra realtà: la rigenerazione e la comunione con Dio. Per capirlo, bisogna vedere il movimento generale dell’escatologia nel libro:

Attraverso tutto il libro, c’è un problema di fondo: ci sono dubbi sulla fedeltà del popolo di Dio e la sua capacità ad adempiere le stipulazioni dell’alleanza. Il suo fallimento è già sottinteso in 4.25-31: si dice “se…” ma anche “quando…” Poi nei capitolo 9-10 c’è ancora questo senso vivo del fallimento di Israele. (ricorda Esodo 32). Anche i capitoli 27 e 28 contengono più maledizioni che benedizioni. Ma dopo un’ultima esortazione all’ubbidienza nel capitolo 29 dove l’alleanza viene rinnovata, la svolta decisiva avviene nel capitolo 30, probabilmente il capitolo fondamentale del libro insieme al capitolo 4. La svolta decisiva è in 30.1. “quando queste cose saranno avvenute… tornerai…”. Da un’alternativa “ubbidienza” o “disubbidienza” si passa una visione completamente diversa: “disubbidienza” prima poi “ubbidienza”. Nella sua ricchezza umana e teologica, il Deuteronomio presenta due lati della stessa medaglia: idealismo e realismo; l’esigenza dell’ubbidienza e la realtà dell’inevitabile disubbidienza. Il messaggio finale è dunque che il popolo di Dio sarà infedele ma che poi tornerà a Dio perché Dio gli darà quello che è necessario: la circoncisione del cuore, ovvero la rigenerazione spirituale. Il verbo fondamentale nel Cap 30 e “Ritornerai” (shuv). È un peccato che la Nuova Riveduta abbia tradotto questo versetto “ti convertirai” perché si perde l’ambiguità che lo cosi interessante: il “tornare” geograficamente (nel paese) e sempre intrecciato con il “tornare” spiritualmente (il ravvedimento e la fedeltà a Dio). Il legame fra il paese e la rigenerazione è chiaro : 30,5-6: “ti ricondurrà… circonciderà…” non solo nel Deuteronomio ma anche nei profeti. Vedere in particolare Ez 36.24-30. Questa visione escatologica sarà ripresa da Cristo nel suo discorso a Nicodemo. Per quanto riguarda il paese, il resto della rivelazione chiarisce che non è mai stato completamente conquistato perché non abbiamo ancora raggiunto la realtà spirituale che esso rappresenta (vedere Salmo 95.9-11 interpretato ai Ebrei 4.8-10).

Quindi il libro riesce a mantenere in tensione questi due aspetti fino alla fine: la necessita dell’ubbidienza ai comandamenti di Dio e la speranza di rigenerazione. Gli ultimi capitoli (32-34) non cambiano questa visione escatologica. Anzi, il capitolo 32 riprende gli stessi temi in modo poetico (fedeltà di Dio; scelta ecc.) e l’ultimo capitolo (33) è una benedizione.

Un’ultima riflessione: il libro finisce con la morte di Mosè fuori dal paese. Come interpretare questo fatto ? Da un latto, esso costituisce un avvertimento al popolo di Dio: l’esigenza dell’ubbidienza e la santità di Dio vanno prese sul serio. Ma, da un altro lato, sembra che ci sia qualcosa di più in questo fatto. Mosè è stato un tipo di Cristo in tanti modi, non solo per la sua grandezza e la sua fedeltà, (nessun’altro come lui !) ma anche per il fatto che tante volte ha interceduto per il popolo ed ottenuto il perdono di Dio. La sua morte fuori della terra promessa ha in se’ qualcosa di non chiaro. Infatti, il motivo invocato (la sua mancanza di fede a Meriba – Numeri 20) non sembra interamente soddisfacente rispetto alla statura eccezionale di Mosè come uomo di Dio. In effetti, in Ebrei 11 (gli eroi della fede) Mosè è menzionato in ben 6 versetti. L’autore dice che tutti questi uomini di Dio (incluso Mosè) non ottennero ciò che era stato loro promesso perché “Dio aveva in vista qualcosa di meglio”. Pertanto, sebbene questo non sia menzionato esplicitamente, mi chiedo se la morte di Mosè non abbia un carattere simbolico e tipologico puntando alla morte di Cristo. Una morte sostitutiva, quella di Cristo, che permette al popolo di entrare nel paese promesso.

 

La spiegazione del quarto comandamento nel catechismo di Heidelberg (1563) è una bella riflessione sul senso profondo del quarto comandamento (il sabato):

Domanda: “Cosa richiede Dio nel quarto comandamento ?”

Risposta: “Primo che, specialmente durante il giorno di riposo, io frequenti l’assemblea del popolo di Dio per imparare quello che insegna la Sua parola, partecipare ai sacramenti, pregare Dio pubblicamente e portare le mie offerte per i poveri. Secondo, che tutti i giorni della mia vita, io mi riposi delle mie vie malvagie, lasci il Signore operare in me attraverso il Suo Spirito Santo, affinché io possa iniziare già in in questa vita il sabato eterno.”

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