Nel capitolo 10 della lettera ai Romani, Paolo si rivolge ai suoi “fratelli secondo la carne” (Rom 9.3), gli ebrei, per spiegare loro perché sono stati temporaneamente messi da parte: cercano di stabilire la propria giustizia tramite le opere mentre l’unica giustizia davanti a Dio è la giustizia tramite la fede in Cristo. Nell’ambito di questo discorso, Paolo cita un brano del Deuteronomio (30.12-14). La difficoltà risiede nel fatto che tale brano sembra a prima vista dire l’opposto di quello che egli sostiene. Il brano in questione afferma che la legge non è né “difficile” né “lontana” ma, al contrario “vicina”. L’adempimento della legge sembra possible e quindi non ci sono scuse per non metterla in pratica. Non risulta chiaro perché l’apostolo abbia scelto proprio questo brano, citandolo in contrasto con un altro brano dell’Antico Testamento (Levitico 18.5) creando cosi l’impressione che l’Antico Testamento si contraddica. Molti commentatori e teologi non evangelici hanno ritenuto che l’apostolo abbia sbagliato, o addirittura che egli sia stato disonesto, usando il brano del Deuteronomio fuori dal proprio contesto.

Come dobbiamo capire questa citazione ? Evidentemente, Paolo reinterpreta questo passo alla luce dell’opera redentiva di Cristo ma come ? Fra le numerose spiegazioni proposte dai commentatori due sembrano le più soddisfacenti e possono anche essere ritenute complementari l’una all’altra.

Interpretazione 1:
Paolo reinterpreta il concetto di “parola” (v.8 > Dt 30.14): essa non è più intesa come i comandamenti della legge ma come il vangelo: “la parola da mettere in pratica” diventa “la parola della fede che annunziamo” (v. 8). Paolo si concentra sui concetti di “cuore” e “parola” nel brano del Deuteronomio per esprimere l’idea che la vera giustizia, cioè una relazione vera con Dio, non viene dall’adempimento della legge ma della fede.

Interpretazione 2:
Paolo reinterpreta il significato di “vicino”: nel contesto storico originale, la parola (cioè il comandamento) era vicina nel senso che era stata rivelata chiaramente di modo che Israele non avesse alcuna scusa per la propria disubbidienza. Con la venuta di Cristo, la parola è “vicina” nel senso che in Cristo abbiamo la rigenerazione di cui abbiamo bisogno per adempiere la legge.

La citazione illustra il modo in cui l’apostolo capisce l’intero libro del Deuteronomio. È chiaro che Paolo pensa al libro del Dt nel suo insieme perché introduce la sua citazione di Dt 30 con le parole “non dire in cuore tuo”, una citazione tratta da Dt 9.4 (secondo la versione greca). In fatti, il contesto di queste parole (Dt 9.4-5) è significativo: l’eredità nel paese promesso non è dovuta alla giustizia di Israele. Questo è particolarmente appropriato per il discorso che fa Paolo in Romani 9-11.

Paolo ha minimizzato l’aspetto “legale” del brano perché vuole sottolineare che la fede non abolisce la legge ma la compie. Quindi Paolo non ha nessuna obiezione contro i comandamenti purché non siano intesi come “opere giustificatrici”. Egli non oppone il brano del Deuteronomio a quello del Levitico. Egli cita il Deuteronomio per correggere una falsa interpretazione del versetto del Levitico, cioè l’idea che l’adempimento della legge sia una fonte di giustificazione invece di essere la necessaria risposta alla grazia di Dio.

Inoltre, la lettura Deuteronomio in chiave cristologica è legittima per almeno due motivi:

Primo, perché il Deuteronomio insegna che l’unica risposta accettabile a Dio è quella che viene del cuore (6.5; 10.16; 30.6). Né l’autore del il Deuteronomio né Paolo negano il fatto che il popolo di Dio abbia la responsabilità di attenersi alle condizioni dell’alleanza ma entrambi capiscono che l’intervento di Dio è necessario perché ciò sia possibile. Paolo sostiene che quest’intervento è compiuto nella venuta di Cristo.

Secondo, per la svolta escatologica che avvertiamo nello stesso Deuteronomio: dai capitoli 29-30 diventa chiaro che l’alternativa non sarà “ubbidienza o disubbidienza” ma “disubbidienza poi ubbidienza” (30.1). Israele tornerà dal suo vero e proprio esilio quando il suo cuore sarà circonciso (30.6). Siccome il Deuteronomio stesso afferma chiaramente che l’adempimento della legge da parte di Israele è un evento futuro, Paolo può legittimamente sostenere che questo evento si sia manifestato nella venuta di Cristo.

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